These New Puritans, “Inside The Rose”

These New Puritans

Inside The Rose

pubblicata il 31/03/2019 su storiadellamusica.it

these-new-purtians-inside-the-rose-cover-e1549533944484Field of Reeds” usci­va circa sei anni fa; oggi, lo si cer­ti­fi­ca senza dub­bio come uno dei ca­po­la­vo­ri del de­cen­nio an­co­ra in corso. Quasi nes­su­no quan­to i These New Pu­ri­tans, in que­gli anni, si era spin­to così oltre in fatto di ri­cer­ca art ed este­ti­ca. Il ri­sul­ta­to: un disco di me­ta­fi­si­ca pop cur­va­ta al­l’a­van­guar­dia e alla clas­si­ca, estre­miz­za­zio­ne in­tel­let­tua­le di trame bi­zan­ti­ne ed eso­te­ri­che, al­ter­nan­za di su­bli­mi ascen­sio­ni emo­ti­ve e spro­fon­da­men­ti di di­spe­ra­zio­ne. Un flus­so epico, de­da­lo di pro­gres­sio­ni ar­mo­ni­che dal fa­sci­no re­li­gio­so, quel­lo dei fra­tel­li Bar­nett.

Con “In­si­de The Rose” i These New Pu­ri­tans por­ta­no meno al­l’e­sa­spe­ra­zio­ne la ra­di­ca­liz­za­zio­ne ra­zio­na­le/emo­ti­va del sound di FOR, pro­van­do in­ve­ce a evo­ca­re i trat­ti in forma in­te­gra­ta e tea­tra­le. Le tinte, così, si fanno, se vo­glia­mo, più noir; drama. E la ge­stalt, nero in­fuo­ca­ta, re­sti­tui­sce un’e­ste­ti­ca spi­ri­tua­le e, in­sie­me, da clau­stro­fo­bia dark neo-ro­man­ti­ca.

Di Jack Bar­nett (che ha de­fi­ni­to il nuovo disco come la cosa più com­mer­cia­le fatta fi­no­ra – sic)  si per­ce­pi­sce il no­te­vo­le la­vo­ro espres­si­vo (“In­fi­ni­ty Vi­bra­pho­nes”, “Beyond Black Suns”) rea­liz­za­to sulle voci, così come l’at­ten­zio­ne, negli ar­ran­gia­men­ti, per una scrit­tu­ra me­lo­di­ca (l’ac­me, la rêverie di “Where The Trees Are On Fire”; “An­ti-Gra­vi­ty”, “Beyond Black Suns”) più con­si­sten­te ri­spet­to al pre­ce­den­te la­vo­ro.

La se­zio­ne rit­mi­ca di Geor­ge Bar­nett torna ad avere oggi più spa­zio, senza i sus­sul­ti di­sto­pi­co bel­li­ci di “Hid­den”, certo, ma dando mag­gior fuoco e istin­ti­vi­tà (anche con l’uso di beats: “Beyond Black Suns”, “In­si­de The Rose” feat. David Tibet, “A-R-P”) in con­fron­to alle sim­me­trie di FOR.

Fin da su­bi­to i TPN (non più quar­tet­to, ma com­po­sti dai soli ge­mel­li Bar­nett) ci spa­lan­ca­no le porte di un mondo tor­men­ta­to (“let’s go back to the un­der­world” – tutti i testi sono, in que­sto album, di Geor­ge Bar­nett); ed è su­bi­to un con­ti­nuo ri­vol­gi­men­to e so­vrap­por­si, entro i brani, di ascen­sio­ni e pro­gres­sio­ni spi­ri­tua­li, tex­tu­res ra­re­fat­te e con­cre­te, rit­mi­che ser­ra­te, bassi cavi, ac­cor­di gravi; brevi e in­ten­se bor­da­te noise.

Se al­cu­ne dif­fe­ren­ze ri­sul­ta­no sì si­gni­fi­ca­ti­ve in que­sto quar­to ca­pi­to­lo, al­tret­tan­to do­ve­ro­so è ri­co­no­sce­re come so­prav­vi­va l’im­pron­ta del these new pu­ri­tans sound, che pre­ser­va una forma di coe­ren­za lon­gi­tu­di­na­le, no­no­stan­te sotto i no­stri occhi si spa­lan­chi un pa­no­ra­ma/abis­so co­mun­que rin­no­va­to.

In primo luogo, se è vero che le trame ul­tra­ter­re­ne di “Field of Reeds” re­sta­no ir­rag­giun­gi­bi­li, anche per au­da­cia con­cet­tua­le, “In­si­de the Rose” è a sua volta am­man­ta­to in una sorta di emo­ti­vi­tà di se­con­do grado. Non c’è nulla di esi­bi­to, ep­pu­re i suoi in­trec­ci, una volta su­pe­ra­ta la prima bar­rie­ra, sanno ra­pi­re il cuore e non solo il cer­vel­lo. La loro pro­po­sta, con­no­ta­ta da un’in­tel­li­gen­za oggi pres­so­ché fuori con­cor­so, con­ser­va quin­di in­tat­ta la ca­pa­ci­tà di co­mu­ni­ca­re l’i­ne­spli­ca­bi­le.

In se­con­do luogo, i numi tu­te­la­ri dei TNP non sono cam­bia­ti in ma­nie­ra so­stan­zia­le, ma sono qui ri­pro­po­sti in una pro­spet­ti­va di­ver­sa, che re­cu­pe­ra una certa fi­si­ci­tà pas­sa­ta. I fra­tel­li Bar­nett ve­ne­ra­no la spi­ri­tua­li­tà astrat­ta del com­pian­to Mark Hol­lis, e in ef­fet­ti non è az­zar­da­to clas­si­fi­ca­re Jack come il suo erede più cre­di­bi­le, anche per la pe­cu­lia­ri­tà del suo per­cor­so ar­ti­sti­co e per la ca­pa­ci­tà di muo­ver­si in equi­li­brio sul cri­na­le che se­pa­ra il pop dal­l’a­van­guar­dia (in senso lato), ri­sul­tan­do cer­to­si­no nel la­vo­ro sulla me­lo­dia e al con­tem­po agile nel di­stri­car­si tra par­ti­tu­re colte e ri­fe­ri­men­ti alti. Oltre ai Talk Talk, di­ven­ta però qui do­ve­ro­so re­cu­pe­ra­re le at­mo­sfe­re dar­k­wa­ve di­la­ta­te e ra­re­fat­te di Dead Can Dance (o, vo­len­do un po’ for­za­re la mano, dello Scott Wal­ker meno scor­bu­ti­co) e certa pro­pen­sio­ne dei De­pe­che Mode all’hook im­me­dia­to: la ti­tle-track sem­bra tra­sla­re verso ter­ri­to­ri più astrat­ti un brano usci­to dalle ses­sions di “Black Ce­le­bra­tion“.

I brani pa­ral­le­li al ca­po­la­vo­ro da­ta­to 2013 ri­sul­ta­no, nei fatti, gli ul­ti­mi: “A.R.P.” (sulle prime, una “Organ Eter­nal” parte 2 – cto­nia) è un sag­gio di mi­ni­ma­li­smo pro­tei­for­me, scre­zia­to di ru­mo­re e ce­le­stia­li­tà, che si muove in coda su or­bi­te in­du­strial (Mike Gira sim­pa­tiz­za con il neo-ro­man­ti­ci­smo), men­tre la dol­cis­si­ma “Six“, do­mi­na­ta dalle so­no­ri­tà del­l’or­ga­no, è il degno ca­pi­to­lo con­clu­si­vo di un la­vo­ro già mi­lia­re.

E, forse, l’o­mag­gio po­stu­mo più bello che si po­tes­se im­ma­gi­na­re per Mark Hol­lis.

 

 

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Beach House – “7” (Sub Pop/Bella Union, 2018)

77 il totale dei brani della produzione dei Beach House, dal 2004 ad oggi; settimo il disco che hanno scritto; sette, in numerologia (sic), è il simbolo della perfezione e transizione dal noto (la chiusura di un ciclo) all’ignoto. Ogni cosa, secondo Victoria Legrand Alex Scally, portava a “7” quale scelta per il titolo del loro nuovo album di inediti – uscito a Maggio per Sub Pop/Bella Union, a distanza di tre anni dallo splendido dittico “Depression Cherry”/ “Thank Your Lucky Stars”.

Sopra ogni cosa, “7” è un disco che dimostra come tempo e cambiamento (non solo musicale, ma anche sociale e culturale) non abbiano per nulla scalfito la solidità di una delle più grandi band della nostra epoca. Fedeli al classico beach house sound, ma sapienti nel rinnovarlo continuamente, la band di Baltimora ha ricercato fin da subito un approccio più istintivo e aperto rispetto al solito, anche per non violare la freschezza e l’intensità mistica delle idee in fase creativa (includendo anche suoni o trame non replicabili live, ad esempio la sirena finale di “Dark Spring“, ed esclusi a priori nelle sessioni dei dischi precedenti per eccesso di rigorosità); tra scrittura e registrazione di ogni brano è intercorso, infatti, solo un breve lasso di tempo – in passato, le registrazioni avvenivano solo a scrittura compiuta di tutte le composizioni.

Il risultato è un suono più abrasivo e saturo di effetti psichedelici, possente in senso ritmico, con meno abbellimenti e più distorsioni acide delle tastiere; un lavoro, ad ogni modo, scintillante e pop, costantemente oscillante e compenetrante negli spazi shoegaze – la produzione, non a caso, è stata affidata a Peter Sonic Boom” Kember degli Spacemen 3.

7” è un disco traboccante di rinnovata energia, già a partire dalla muscolare “Dark Spring” che, come un potente fascio di luce, illumina nell’oscurità il cammino del disco.

All’interno, ci sono i soliti passaggi di melodiosa estasi (la sognante magia dream pop, dal pesante passo au ralenti, di “Pay No Mind”), che felicemente evolvono in senso psichedelico (la chitarra sotto LSD e i sobbalzi di “Lemon Glow”,  le visioni epiche sotto acido in “Drunk in L.A.”) o retrocedono in vesti apparentemente più classiche (la prima metà di “Dive”, tutta tastiere e parti vocali eteree, che si trasforma però in una stupenda cavalcata ritmica e progressiva; la chitarra primaverile, fasciata di effetti, di “Lose Your Smile”; il cantato, la melodia principale e il contrappunto di “Woo”, ma irradiato di tastiere ed effetti spaziali); l’introspezione, quando c’è, è a tinte noir (la cinematografica e punteggiata “Black Car”; “Last Ride”), ma ciò che impressiona è l’imponenza di certi spazi creati dalle stratificazioni – “Girl of The Year”, la più vicina alle atmosfere di “Depression Cherry”.

È anche un disco schierato, “7”. Prende infatti spunto, come dichiarato dalla Legrand (enorme, sempre, e su cui sembra inutile spendere ulteriori parole d’elogio per l’estasi che producono le sue linee vocali e per l’interpretazione sensuale e statuaria), dalla condizione delle donne nella società di ieri e di oggi. A tal proposito, un approfondimento lo merita “L’Inconnue” (di parti vocali in francese e spirali di organi), o meglio la storia attorno all’ Inconnue de la Seine, una giovane donna francese di fine diciannovesimo secolo morta per annegamento, in circostanze poco note, presumibilmente per suicido. Di lei divenne popolare, negli ambienti parigini di inizio novecento, la maschera mortuaria (un suo calco di gesso eseguito da un operatore dell’obitorio e poi riprodotto in vari esemplari, appunto in forma di maschera) apprezzata per l’ineguagliabile bellezza del viso e l’enigmaticità del sorriso – nonché paragonato da molti, anche da Camus, a quello della Gioconda. A partire questo volto, espressione di pace finalmente raggiunta nella morte, Victoria Legrand costituisce con la ragazza della Senna (e con le sette donne in marcia) un legame di solidarietà e risonanza atemporale (“Little Girl / You Should Be Loved / The Moment You Say You Loved/ Is The Moment You Are“). Più in generale, nei testi è profuso un sentimento di determinazione femminile (certamente sospinto dall’hype delle ben note cronache trainate dallo scandalo Weinstein), comunicato tanto su un piano spirituale quanto attraverso la semplice azione (“Dreams babydo come true”: da “Lose Your Smile”).

E a fine disco una delle immagini che più (mi) rimane impressa, e che ben restituisce la gestalt e il senso di “7”, risiede in questi versi di “Lemon Glow”: “When you turn the lights down low / lemon color, honey glow”.

Sacri.

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Arctic Monkeys – “Tranquility Base Hotel & Casino” (Domino, 2018)

Tutti, a ragione, si aspettavano un “AM” parte due; ma ecco “Tranquility Base Hotel & Casino”, disco di architetture lounge rock: posato, glamour, un po’ sinistro, scritto inizialmente da Alex Turner su una Steinway Vertegrand nella propria stanza a Hollywood e prodotto, in ultimo, insieme a James Ford. Un lavoro completamente orientato all’escapismo, quale rigetto delle logiche alienanti della contemporaneità, di conseguenza isolato, versato in pose à la Bowie e a là Lennon, e fuori dal tempo.

Chiaro, così, che l’aspettativa per un disco insieme muscolare, infarcito di ballate e pop song dai modi R&B sia stata ampiamente delusa; ma c’è, ugualmente, molto di cui godere in questa fuga dal reale. Uno Statio Tranquillitatis musicale su cui Turner canta come appartato (e sprofondato come un personaggio psicotico kubrickiano) al tavolo di un locale losangelino anni 70, sorseggiando Martini e impegnato a ricapitolare iconograficamente una (sua) realtà da retro fantascienza – a trama socio-cinematografica.

Autocoscienza (anche sull’essere celebrità: <<I’m a big name in a deep space / ask your mates>>), definizione di rapporti (<<I want to stay with you my love / in the way that some science fiction does>>) e critica sociale (<<breaking news /they take the truth/ and making fluid>>) si riversano in una cascata d’immagini: gentrificazione lunare, Martini Police, Jesus in the day spa e chat with God in video call.

Gli altri componenti degli Arctic Monkeys hanno dovuto, giocoforza, curvarsi al mood di Turner e mettersi al servizio di questa idea (rodata, i più attenti lo avevano intuito, durante l’ultimo episodio del side project Last Shadow Puppets, “Everything You’ve Come to Expect”): le ritmiche, i riff sfogati delle chitarre, le linee di basso risultano, in “TBH&C”, ampiamente sedati e rimodellati rispetto al passato.

Idea guidata dal piano, si diceva, e non più dalla chitarra, il quale ha trasformato il processo creativo del leader, conducendolo verso scenari inediti e cantautoriali. Sul limite, a volte, jazzistico (smooth ed elementare: “Star Treatment”), o dentro un pop spaziale e morbidamente vorticoso (“American Sports”, “Science Fiction”), altre volte intimo (e nostalgico: <<Still got pictures of friends on the wall / I suppose we aren’t really friends anymore >> in “Ultracheese”); il tutto, tenuto assieme da theme ricorsivi (il discorso intrapsichico e politico, di vuoti e acidità della chitarra, “Golden Trucks”) e contrappuntati. La chitarra si limita, questa volta, a brevi sfoghi (nel bridge di “One Point Perspective”, nel groove psych e fisico di “Four Out Of Five”, nel solo beatlesiano di “She Looks Like Fun”, di sghimbescio in “Science Fiction”), pur essendoci in ogni episodio.

Voleva semplicemente essere uno degli Strokes quando tutto è partito (2002), ma ora Turner è leader maturo e consapevole, capace di reinventare ancora una volta, e in modo ancor più radicale, l’estetica degli Arctic Monkeys, accompagnando l’ascoltatore in un volo di certo non facile come cantano, ma estremamente affascinante.

Una reale boccata d’ossigeno, “Tranquility Base Hotel & Casino”, nella frenesia degenerata di questo fine anni 10.  tranquility-base-hotel-casino-arctic-monkeys-portada-2

Recensione: The National, “Sleep Well Beast”

Su Storia della Musica la recensione completa.

È un disco in discontinuità rispetto agli ultimi lavori in studio dei National, “Sleep Well Beast”. Scavato nei crepuscoli, e in cupe notti; sperimentato nel processo compositivo, più che sperimentale. A volte è sconsolato, altre inquieto; altre ancora anestetizzato. Dal 2007 adoggi, di certo, il meno familiare.

Parla di abbandoni potenziali, di rese momentanee (in immagini domestiche, metropolitane, sfatte), di malinconie che sempre trascinano nel ripiegamento (<<I really don’t have the courage not to / turn the volume up inside my / ears for years I / used to put my / head inside the speakers in / the hallway when you’d / get too high and / talk forever>>, “Day I Die”). E in una crisi (con se stessi, nella coppia), tanto profonda quanto incomunicabile nel contemporaneo – << I cannot explain it / in any other / any other way>>, nell’abstract portrait of a weird time we’re in “The System Only Dreams In Total Darkness“).

continua…

 

Wild Beasts, “Boy King” – review 2016

John Con­gle­ton: This album has to be a mo­ther­fuc­ker!
E se li ha por­ta­ti in Texas, i Wild Beasts, sra­di­can­do­li ideal­men­te da un art pop co­strui­to con me­ti­co­lo­si­tà scien­ti­fi­ca in dieci anni di svi­lup­po este­ti­co (tri­plet­ta di ca­po­la­vo­ri, 2009-2014: “Two Dan­cers”, “Smo­ther”, “Pre­sent Tense”) del loro suono. In do­di­ci gior­ni di re­gi­stra­zio­ne li ha messi alle stret­te: con­tro cer­tez­ze ac­qui­si­te, con­tro un per­fe­zio­ni­smo for­ma­le che è loro mar­chio (apice “Smo­ther“), li­be­ran­do un lato sel­vag­gio in­tra­vi­sto per sound in “Pre­sent Tense” e in “Boy King” reso vol­ga­re, li­be­ro di agire e com­pier­si. Shock.

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La ma­te­ria so­gnan­te del pas­sa­to, in “Boy King”, viene quivi in­soz­za­ta di fa­sci­na­zio­ni ame­ri­ca­ne (art­work e video in­clu­si), resa trash e spa­val­da; e graf­fia la chi­tar­ra (scor­dan­do­si l’ar­mo­nia e la pasta cri­stal­li­na: “Big Cat”; “Eat Your Heart Out Ado­nis”), graf­fia­no e scin­til­la­no i synth (mai così cen­tra­li) sotto la spin­ta cruda, apo­ca­lit­ti­ca (“2BU”) e piena di ten­sio­ne di un Hay­den Thor­pe da re­gres­sio­ne nar­ci­si­sti­co ado­le­scen­zia­le. I pezzi si de­strut­tu­ra­no (“2BU”, “He The Co­los­sus”), come nella se­con­da parte del­l’al­bum; spes­so è acida (“Po­ny­tail“) la spin­ta sexy (“Get My Bang”), con chi­tar­re mo­no­li­ti­che (“He The Co­los­sus”) e ar­ro­gan­ti (l’as­so­lo di­stor­to di “Tough Guy”; dal sa­po­re me­tal­li­co in “Alpha Fe­ma­le”) ad am­pli­fi­car­ne il moto.

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Di­ven­ta, il nuovo disco, di un art pop orale, in­sa­zia­bi­le, direi, nel suo ma­ni­fe­star­si elec­tro ses­sua­liz­za­to, in posa ma­schia e vi­ri­le; ma resta, ge­ne­ti­ca, la sen­si­bi­li­tà fem­mi­ni­le, su­bli­ma­ta in ti­ra­te ce­le­stia­li (“Ce­le­stial Crea­tu­res“, brano di con­fi­ne tra nuovi e i vec­chi Wild Beasts), certe rese di­sfo­ri­co apo­ca­lit­ti­che (“Dream­li­ner”: keep the peace or fight the most gor­geous of wars), ma anche di fem­mi­ni­smo do­mi­nan­te (“Alpha Fe­ma­le”).
Ed è un album, “Boy King”, che – fin­ta­men­te – si tra­scu­ra (i venti mi­nu­ti em­brio­na­li di “Boy King Trash”, i quali mo­stra­no il pro­ces­so crea­ti­vo die­tro l’al­bum), suda, stri­de, rin­ne­gan­do la cri­stal­li­ni­tà e la mi­su­ra dei vec­chi di­schi; ma che na­scon­de in sé al­chi­mie su­pe­rio­ri (la coda di “2BU“; il groo­ve di “Ce­le­stial Crea­tu­res“) di una scrit­tu­ra so­fi­sti­ca­ta e cor­ro­si­va allo stes­so tempo (“He The Co­los­sus”). Il tiro a volte è dan­cea­ble (“Get My Bang“) senza es­se­re ad­do­me­sti­ca­to; altre grez­zo e in­di­sci­pli­na­to (“Eat Your Heart Ado­nis“), non per que­sto gros­so­la­no. I ritmi sono alti e ser­ra­ti: Tal­bot non va più di tom, si li­nea­riz­za, ir­ro­bu­sti­sce le sim­me­trie e detta la linea; Ben Lit­tle ri­fi­ni­sce ovun­que, spor­ca di ta­stie­re e ru­mo­ri­smi ovun­que; Tom Fle­ming e la me­ra­vi­glia del suo ba­ri­to­no (l’a­po­ca­lis­se di “2BU”) as­se­con­da­no il pro­ta­go­ni­smo ni­chi­li­sta ed espres­si­vo di Hay­den Thor­pe.
L’Es esi­bi­to negli scor­si di­schi, e spes­so con­tro­bi­lan­cia­to da un ri­go­re com­po­si­ti­vo su­pe­rio­re, in “Boy King” sem­bra espri­mer­si ri­bel­le, sel­vag­gio e noise dav­ve­ro. Ed è una fat­to­re che si­gni­fi­ca rot­tu­ra con gli sche­mi este­ti­ci del pas­sa­to; che la linfa dei Wild Beasts è, ad oggi, an­co­ra ine­sau­ri­bi­le.

Ne esce un la­vo­ro edo­ni­sta, anche di­spe­ra­to: in cui bel­lez­za e lato oscu­ro coe­si­sto­no. Ne esce un la­vo­ro egoi­sta, bastardo: pro­prio come i tempi che vi­via­mo.

 

                                                                                                                                           Mauro Molinaro

pubblicata per Storiadellamusica.it 

Radiohead, “A Moon Shaped Pool” (2016) – review

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I’m not living, I’m just killing time
Your tiny hands, your crazy-kitten smile

Partiamo dalla fine, che è come partire dagli inizi.

True Love Waits” chiude i giochi, undicesimo pezzo del nono disco in studio dei Radiohead, eppure brano vecchissimo, del lontano 1995, ed eseguito live più e più volte, malgrado qui si viaggi in altre dimensioni, senza chitarre ma col pianoforte mattatore ed echeggiante, medesima è la malinconia. Ed è significativo, forse, che torni ora: una canzone invero scritta per Rachel, ormai (da poco) ex compagna di Yorke, che sconsolato cantava e canta “just dont’ leave / don’t leave”.

Partiamo dalla fine, che è come partire dagli inizi. Come anfora capovolta, che sta in piedi lo stesso. E lo facciamo per sabotare le curiose sistemazioni di Yorke e compagni, che dispongono i pezzi in ordine alfabetico e che così un po’ stroncano il concetto di album. Partiamo dalla fine, per dire quanto questo disco annulli gli elementi sovversivi. Che non taglia i fili col passato (ci sono agganci con la trascendenza produttiva di “Amnesiac”, la grazia negli arrangiamenti di “In Rainbows”, il vuoto interiore di “The King of Limbs”, la protesta distopica di “Hail To The Thief”), che ha le stesse sembianze angoscianti, narcotiche, lente, intimiste e disilluse a cui i ragazzi – ora uomini – di Oxford ci avevano abituati. Le stesse sembianze (ché il miagolio di Yorke è sempre lo stesso; che non è voce, il miagolio, ma è suono anche quello, ed è lamento, tra i lamenti delle note), certo: ma con un senso, attorno, nuovo.

A Moon Shaped Pool” (prodotto, come sempre, dal sesto Radiohead Nigel Godrich) è infatti, per gestalt, un disco esteticamente compiuto, una transizione basata su un processo creativo antico, incastonato in una sensibilità adulta (perché no metafisica, in certi passaggi) che sembra a tratti sprigionarsi, librare verso luoghi celestiali. Un lavoro che distilla, qui e là dosi, d’oppressione e paranoie/denunce sociopolitiche (stay in the shadows / cheer at the gallows / this is a round-up / this is a low-flying panic attack) sul mondo contemporaneo (il motorik brumoso di “Ful Stop”, summa di groove glaciale kidaiano, tensione HTTT e gioco di specchi à la “In Rainbows”; il tema e il crescendo d’archi “Burn The Witch”, la quale come idea risale, non a caso, ai tempi di “Hail To The Thief”), usati come espedienti più che farne temi dominanti.

Un lavoro che tende ad avvolgere ogni cosa, le textures dei brani e i rintocchi di piano a squarciare le tenebre (“Decks Dark” – Phil Selway grandioso), di magia universale – cascatelle cromatiche, come pioggia terapeutica che lenisce il dolore umano. E se anche c’è tragedia, i suoni la rasserenano (“Desert Island Disk”; la protesta ambientalista di “The Numbers”; “True Love Waits”). Sono tornati, di base, a strutture più tradizionali, i Radiohead: a parlare attraverso una musica che pone al centro l’armonia tra le parti, invece di destrutturare ogni cosa – il glitch totale di “The King of Limbs”, così come tutto il lavoro solista e parallelo di Thom Yorke.

In “A Moon Shaped Pool” l’elettronica non è più padrona assoluta; non si erge portabandiera di rivoluzioni musicali postmoderne (“Kid A”): spesso funge, splendida, da corredo. Un corredo prezioso, che esalta trame (la chitarra spezzettata, i cuori spezzati, il basso/pelli di “Identikit”; il taglio iberico/bossanova di “Present Tense”) di folk intarsiato, abbraccia archi minimali in struggimenti trascendentali (“Glass Eyes”), si fa polvere e tappeto su cui piangere, minimale, estasi e vero amore (“True Love Waits”). La sola “Tinker Tailor Soldier Rich Man Poor Man Beggar Man Thief” (qualcosa a cavallo tra l’estetica “Kid A”, fluttuazioni altezza “Amnesiac” e DIY “Tomorrow’s Modern Boxes”) può dirsi completamente dipendente dell’elettronica, per scrittura.

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È un disco a metà di b-sides o brani già proposti live, il nuovo Radiohead: la bellissima “Present Tense”, già nell’archivio dal 2009 e suonata dal vivo con la formazione degli Atoms for Peace, tra monumentali incastri di cori e arpeggi. Anche “Identikit”, qualcosa Portishead, è nelle scalette dal 2011 (così come “Ful Stop”): il coro della London Contemporary Orchestra, a metà brano, è tra i momenti più sognanti di tutto l’album. Orchestrazioni che Jonny Greenwood, ormai veterano delle soundtracks (per i film di Paul Thomas Anderson, che firma la regia di “Daydreaming”), mette davvero ovunque. Potenziando il tratto sognante, non epico, del disco; tratto dominante nell’arpeggio per chitarra acustica di “Desert Island Disk” – la quale ricorda il Nick Drake più inquieto.

Daydreaming”, filmica e ipnotica, allegoria della caverna, cuore pulsante del disco, mescola il dramma esterno a quello tutto interiore di Thom, la musica russa alla fine; ed è il classico gioco della voce che è riprodotta al contrario, pare dica Efil ym fo flah, quindi Half of My Life, le ventitré porte che potete contare e attraversare nel video. Con lo spettro di Rachel (the damage is done) che ingombrante torna.

Potrebbe sembrare un disco posticcio, questa prova del nove dei Radiohead, visto quanto materiale appartenga al loro passato e quanti rimasugli accolga. Ma a noi piace pensare che Yorke sia come un poeta che, per scelta, ha scartato nel corso dei lustri alcune liriche. Senza bruciarle, senza dimenticarle, ma solo perché ha ritenuto non fosse quello il loro momento di brillare. È qui, dunque, in “A Moon Shaped Pool”, è nel riflesso della luna sulle acque tremule di una piscina, che i Radiohead hanno ritenuto opportuno divulgare quelle canzoni. E farle bruciare di una nuova e giusta luce.

Mauro Molinaro 
Jacopo Santoro

(pubblicata anche su storiadellamusica.it)

James Blake: “The Colour In Anything” (2016)

6e25d838A Blake non interessa più innovare. Essere di nuovo avanguardia, immettere genetica propria nella musica.

A Blake, oggi, preme solo essere se stesso.

Cantautore, James Blake Litherland, iniziava ad esserlo davvero (scriveva Maradei) con “Overgrown” – lavoro compatto, sì, benché più diversificato rispetto all’esordio (si sentano, su tutti, “Digital Lion” feat. Brian Eno e “Take a Fall For Me” – con RZA).

Esordio in cui cover (“Limit To Your Love” di Feist; ma anche “The Wilhelm Scream”) e composizioni originali rappresentavano soprattutto il culmine, il segno di un’estetica nuova. Le fondamenta del james blake sound. Le fondamenta di tanto altro soul e pop a seguire.

Grande disco, l’esordio. Grande perché, nel suo compiersi, già guardava solipsisticamente avanti; in quei silenzi e in quegli spazi del pop in cui non si era ancora visto. Un album che ha saputo contaminare in ogni genere, e porsi come pietra angolare in termini di forma espressiva e canora. Capita sempre più di rado; e James Blake era al suo esordio.

Oggi, riprendiamo il discorso, i brani di “The Colour in Anything” si esprimono con un’essenza nuova, non sempre dipendente dalla quella sovrastruttura estetica, post dubstep soul, ora intrinseca e metabolizzata completamente dalla musica pop. Ciò ha permesso a Blake di muoversi in parallelo dalla miracolosa autoreferenzialità dell’esordio; e guardare, attingere stilisticamente e nella composizione anche altrove. Ancor più che in “Overgrown”.

Ne esce infatti un’ora e diciassette minuti (alcuni, mixati e prodotti da Rick Rubin presso i Shangri-La Studios di Los Angeles) eterogenei, in cui ogni pezzo è in continuità col tutto, e col passato; passato col quale, allo stesso tempo, Blake abbozza un movimento di separazione. Non è neanche lontanamente paragonabile, qui, la messa a fuoco istantanea dei precedenti lavori (specie il debutto, chiaro); di positivo, il disco consente un nuovo sguardo sulle possibilità espressive di Blake.

Si passa, naturalmente, da beat, trill e wooble di deriva post dubstep (ad abuso dell’hip hop contemporaneo: “Timeless”, ad esempio – sirena ossessiva e tastiere in orbita; “Points”) a momenti clubby e r’n’b (“Noise Above Our Heads”, “Two Man Down”: l’influenza di Frank Ocean nella scrittura; di tipo minimale in “Put That Away and Talk To Me”), fino a riletture acid house/euro disco – “I Hope My Life (1-800 mix)”).

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I momenti raccolti, e sono tanti, sono spesso ballate di classicismo soul e frammenti future garage (“Love Me in Whatever Way”, la splendida “My Willing Heart”), piano stilizzato, strutture all’osso e solenni, scevre di tutto (“F.O.R.E.V.E.R.”: il punto d’incontro tra Nina Simone ed Antony, nella carriera di Blake; “Waves Know Shoes” e i suoi ottoni in gloria), con quest’ultime che confermano quanto al nostro basti proprio un nulla (in estremo, la sola voce: il vocoder a cappella di “Meet Me in The Maze”) per arrivare rapido e intenso a certe emozioni primarie. Classicismo blakiano e soul moderno (appunto “Modern Soul”) che amalgamati infittiscono strutture comunque ancorate al (suo) passato – “Points”: nell’uso dei sub-bass, per distorsione di wooble/synth e tensione di vuoti; “Radio Silence”.

Mancano i pezzi davvero instant (come, in assoluto, “Retrograde” e “Limit To Your Love”; le stesse “Radio Silence” e “I Need A Forest Fire”, pur magnifiche, non reggono il confronto), vero; e qualche momento di stanca, nel mezzo (“Two Man Down”, “Always” tra le altre), appesantisce un disco sorprendentemente poco coeso ed equilibrato, per gestalt, minore nella (pur breve) discografia di Blake.

Circola ancor più intimità sentimentale, dolore elaborato, se possibile. Circolano tormento e colori cupi, tonalità tendenti al blue; quelli di un’anima eternamente malinconica e solitaria, ma nonostante ciò piena di speranza. Summa, in questo senso, la collaborazione (apice) con Bon Iver, “I Need A Forest Fire” – I’m saved by nature / but it always forgets what i need /I hope you’ll stop me before I build a wall around me / we need a forest fire.

Si capisce, allora, quanto James Blake con “The Colour in Anything” (annunciato a sorpresa il 5 maggio da Annie Mac su BBC 1, e rilasciato alla mezzanotte del giorno successivo; without fanfare, come scrive il Guardian) abbia sperimentato col processo creativo, con la sua identità: immettendola, pura, in tanti rivoli. Ritrovandola, alla fine, immutata e in qualsiasi cosa.

(pubblicata anche su storiadellamusica.it)

Emmy The Great, “Second Love” (2016) – review

Di un secondo amore si sa in anticipo, potenziale, cosa aspettarsi. La sua fine.

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L’idealizzazione, che nel primo rapporto è il motore dell’amore, nel successivo diventa tentazione; una tentazione però smussata, controllata, tenuta un po’ più a freno rispetto al passato. Per paragone, per paure: ché, all’esordio, non si era ancora sperimentata la caduta.
È, forse, con questa idea che Emma Lee Moss ha composto le dodici tracce di “Second Love”, suo terzo album in studio. Con questo sentimento che la cantautrice newyorkese propone un pop elettronico all’osso, a metà tra cantautorato indie dai riferimenti main (“Constantly”, “Social Halo”) e attitudine, nei dettagli, arty Julia Holter, Bat for Lashes, solo per dirne alcuni.

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Smussato e controllato il sound, in assoluto e rispetto alle sue produzioni precedenti: estetica minimale, ripiegata, con atmosfere avorio in cui i beat, xx/r’n’b tenuissimo (“Dance w Me”), permettono la coesistenza di lunghi vuoti, addobbi (“Shadowlawns”) e vapori electro, tratteggi di acustica (la corale “Algorithm”)/ elettrica (“Hyperlink”, “Social Halo”).
C’è almeno un pezzo capolavoro, qui, da portarsi dietro: “Swimming Pool”, feat. Tom Fleming dei Wild Beasts. Baritono liminale e vibrante lui, struttura/scheletro compatta in cui lei, elegiaca, interpreta e modula alla perfezione. E viene da domandarsi perché ogni pezzo non giochi con queste dinamiche.

Maggior sostanza nella scrittura, per il futuro: ma la strada, per Emmy, sembra quella giusta.

(già edita su storiadellamusica.it)

Breaking: Radiohead, A Moon Shaped Pool

Eccolo il nuovo album dei Radiohead, “A Moon Shaped Pool“. Loro nono lavoro in studio, il disco è stato, oggi pomeriggio, reso disponibile su Google Play Music per qualche momento. Si attendevano le otto per la release ufficiale, il tutto è stato anticipato di qualche minuto. Lo scaricate qui
Questa la copertina

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Questa la tracklist – dove, in chiusura, figura anche un classico (da EP) dei Radiohead: “True Love Waits

1 “Burn The Witch”
2 “Daydreaming”
3 “Decks Dark”
4 “Desert Island Disk”
5 “Ful Stop”
6 “Glass Eyes”
7 “Identikit”
8 “The Numbers”
9 “Present Tense”
10 “Tinker Tailor Soldier Sailor Rich Man Poor Man Beggar Man Thief”
11 “True Love Waits”

Breaking: Radiohead,”A Moon Shaped Pool”

Eccolo il nuovo album dei Radiohead, “A Moon Shaped Pool“. Loro nono lavoro in studio, il disco è stato, oggi pomeriggio, reso disponibile su Google Play Music per qualche momento. Si attendevano le otto per la release ufficiale, il tutto è stato anticipato di qualche minuto. Lo scaricate qui

Qui la copertina

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Questa la tracklist – dove, in chiusura, figura anche un classico (da EP) dei Radiohead: “True Love Waits

1 “Burn The Witch”
2 “Daydreaming”
3 “Decks Dark”
4 “Desert Island Disk”
5 “Ful Stop”
6 “Glass Eyes”
7 “Identikit”
8 “The Numbers”
9 “Present Tense”
10 “Tinker Tailor Soldier Sailor Rich Man Poor Man Beggar Man Thief”
11 “True Love Waits”